“Alopecia” è una parola che si usa in modo generico per indicare la perdita di capelli, ma in realtà racchiude malattie molto diverse fra loro. Una delle prime cose che spiego ai pazienti è proprio questa: prima di parlare di “perché cadono i capelli” dobbiamo capire di quale alopecia stiamo parlando.

In questa pagina racconto come ragiono di fronte a una caduta di capelli, quali sono le forme principali, perché contano la distribuzione e la presenza o assenza di cicatrice, e quando vale la pena rivolgersi al dermatologo.

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Cos’è davvero l’alopecia
Con il termine alopecia indichiamo una perdita di capelli o peli in qualunque area del corpo coperta da annessi piliferi. Non è una singola malattia: è un segno clinico che può essere espressione di condizioni molto differenti, dalle più banali e reversibili alle più complesse.
La prima distinzione che faccio è semplice ma decisiva: la perdita è cicatriziale o non cicatriziale? Nelle forme non cicatriziali il follicolo è ancora vivo e i capelli possono ricrescere; nelle cicatriziali il follicolo viene distrutto in modo permanente, e questo cambia molto il senso di urgenza diagnostica.
La seconda distinzione è la distribuzione: diffusa, a chiazze o con un pattern caratteristico (frontale, vertice, occipitale). Distribuzione e cicatrice sono i due assi su cui costruisco la diagnosi differenziale.
La mappa delle alopecie: quattro grandi gruppi
Le forme di alopecia si raggruppano in quattro grandi categorie. Questa è la prima cosa che insegno ai miei studenti dell’Università Kore di Enna.
Forme diffuse, che coinvolgono la maggior parte del cuoio capelluto: la causa più comune è il telogen effluvio, ma rientrano qui anche l’effluvio anagenico da chemioterapia.
Forme a pattern, con distribuzione tipica: l’alopecia androgenetica, maschile e femminile, è la grande protagonista di questa categoria.
Forme circoscritte non cicatriziali, cioè a chiazze ben delimitate ma senza distruzione del follicolo: l’esempio principale è l’alopecia areata.
Forme circoscritte cicatriziali, in cui il follicolo viene distrutto: lichen planopilaris, alopecia fibrosante frontale, lupus discoide, alopecia centrifuga cicatriziale centrale.
Le forme non cicatriziali più comuni
Telogen effluvio: la caduta che spaventa di più
Il telogen effluvio è la causa più frequente di alopecia diffusa nella mia pratica clinica. Si tratta di un aumento della caduta dei capelli in fase telogen, cioè di riposo, che si manifesta tipicamente con una caduta abbondante durante lo shampoo o la spazzolatura.
Il meccanismo è semplice: un evento scatenante (febbre alta, intervento chirurgico, parto, dieta drastica, malattia tiroidea, alcuni farmaci) spinge prematuramente molti follicoli dalla fase di crescita alla fase di riposo. Da quel momento in poi servono due-quattro mesi prima che la caduta diventi visibile. Questo ritardo è il motivo per cui i pazienti spesso non collegano la caduta all’evento che l’ha provocata.
La buona notizia è che, una volta identificata e rimossa la causa, il recupero è la regola.
Effluvio anagenico: la caduta da chemioterapia
L’effluvio anagenico è una perdita rapida e diffusa che avviene durante la fase di crescita del capello, per un danno acuto al follicolo. La causa più frequente è la chemioterapia, ma può essere provocato anche da radioterapia al capo, infezioni gravi, alcune sostanze tossiche o malattie autoimmuni.
La caduta inizia entro due-quattro settimane dall’inizio del trattamento ed è dose-dipendente. La ricrescita dopo la sospensione è di solito completa in tre-sei mesi, anche se a volte i capelli ripartono con una struttura o un colore leggermente diversi.
Alopecia areata: la chiazza che compare all’improvviso
L’alopecia areata è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario attacca il follicolo pilifero. Si presenta con chiazze rotonde od ovali, ben delimitate, a superficie liscia, di solito senza dolore.
È la forma più comune di alopecia nei bambini, ma può comparire a qualunque età. Il decorso è recidivante e remittente. Una parte dei pazienti recupera spontaneamente entro un anno; in una minoranza la malattia si estende fino alla perdita totale dei capelli (alopecia totalis) o di tutti i peli del corpo (alopecia universalis). Per chi vuole approfondirla c’è una pagina dedicata.
Alopecia androgenetica: la più diffusa di tutte
L’alopecia androgenetica è la forma più comune di perdita di capelli nell’uomo e nella donna. È una miniaturizzazione progressiva del follicolo in soggetti geneticamente predisposti.
Negli uomini è chiaramente legata agli ormoni androgeni. Il pattern tipico è quello descritto dalla scala di Hamilton-Norwood: arretramento della linea frontale a forma triangolare e diradamento del vertice, con risparmio delle regioni occipitale e laterali.
Nelle donne il quadro è diverso. Il pattern più comune è quello descritto da Ludwig: diradamento diffuso della regione centro-parietale con conservazione della linea frontale.
I numeri: nell’uomo europeo il 50-60% è interessato entro i 50 anni, con prevalenza che sale a circa l’80% oltre i 70. Nella donna bianca la prevalenza è del 3-6% sotto i 30 anni e arriva al 29-42% oltre i 70. Anche su questa forma c’è una pagina dedicata.
Le forme cicatriziali: perché la diagnosi precoce è fondamentale
Le alopecie cicatriziali sono un capitolo a parte, e qui il tempo è davvero un fattore critico. Una volta che il follicolo è distrutto, la perdita è irreversibile. L’obiettivo del percorso non è far ricrescere il capello già perso, ma fermare la distruzione di quelli che restano.
Le forme primarie più frequenti sono il lichen planopilaris, in cui un infiltrato infiammatorio attacca direttamente il follicolo, e la sua variante chiamata alopecia fibrosante frontale, che colpisce in particolare la linea frontale e le sopracciglia, con il caratteristico fenomeno dei “lonely hairs”, capelli isolati nell’area di recessione.
Il lupus eritematoso discoide è una forma di lupus della pelle con lesioni circolari, arrossamento, atrofia, follicoli “tappati” e desquamazione. Tutti i pazienti che vedo con questa diagnosi vanno valutati anche per un possibile lupus sistemico.
L’alopecia centrifuga cicatriziale centrale colpisce soprattutto donne con capelli afro, con progressione lenta dal vertice. Sintomi come prurito o bruciore vanno presi sul serio perché la fase iniziale è quella in cui si può ancora fare qualcosa.
Vanno inoltre ricordate l’acne cheloide della nuca, la cellulite dissecante, la folliculitis decalvans e la pseudopelade di Brocq.
Forme particolari: trazione, tricotillomania, tinea capitis
Tre forme che incontro spesso e che vale la pena conoscere.
L’alopecia da trazione è la conseguenza di anni di acconciature troppo strette: tipicamente donne con capelli raccolti in modo aggressivo lungo la linea frontale o temporale. All’inizio è reversibile, ma se la trazione continua il follicolo si fibrotizza e il danno diventa permanente. La prevenzione è semplice: evitare acconciature troppo tese.
La tricotillomania è una condizione psico-dermatologica in cui il paziente strappa i propri capelli in modo compulsivo. Le aree mostrano bordi netti e capelli di lunghezza variabile, perché vengono strappati in tempi diversi. Qui l’approccio è multidisciplinare, dermatologico e psichiatrico insieme.
La tinea capitis è una causa comune di alopecia nei bambini, dovuta a infezioni fungine. Va riconosciuta presto, perché nei casi infiammatori può lasciare esiti cicatriziali permanenti.
Come si fa la diagnosi
In studio il percorso diagnostico segue passaggi ordinati.
Parto sempre dall’anamnesi: quando è iniziata la caduta, come si è evoluta, eventi scatenanti negli ultimi tre-quattro mesi (febbri, interventi, parto, lutti, diete drastiche), farmaci assunti, malattie tiroidee o sistemiche, familiarità per calvizie. Nelle donne aggiungo sempre l’anamnesi ginecologica.
Poi passo all’esame obiettivo del cuoio capelluto alla ricerca di infiammazione, cicatrici, perdita degli “osti” follicolari (i piccoli orifizi da cui esce il pelo), lesioni associate. Eseguo l’hair pull test: afferro 40-60 capelli e li tiro con fermezza in più punti, se più del 10% si stacca il test è positivo per caduta attiva.
La tricoscopia è il mio strumento di primo livello quotidiano. È la dermatoscopia del cuoio capelluto: permette di “leggerlo” in modo non invasivo, identificando segni che a occhio nudo non si vedono. È spesso dirimente per orientarsi tra le diverse forme.
Quando serve, completo con esami di laboratorio mirati (emocromo, ferritina, TSH, ormoni nelle donne con segni di eccesso androgenico) e con la biopsia con punch da 4 mm nei casi di sospetta alopecia cicatriziale o di diagnosi incerta.
Cosa puoi fare nella vita quotidiana
La gestione di un’alopecia va costruita con il dermatologo, e dipende interamente dalla forma. Esistono però alcune attenzioni quotidiane che riguardano tutti, indipendentemente dal tipo specifico.
Sull’alimentazione, senza fanatismi: una dieta drastica può provocare un telogen effluvio. Restrizioni caloriche estreme e perdite di peso importanti aumentano la caduta. Un’alimentazione equilibrata, con un apporto adeguato di ferro, zinco e proteine, sostiene la fisiologia del capello. Integratori “miracolosi” senza una carenza documentata, no.
Sulle acconciature: è la prima regola di prevenzione dell’alopecia da trazione. Code, chignon e trecce molto strette, mantenute per anni, possono lasciare un danno permanente sulla linea frontale e temporale. Alternare acconciature, allentare la tensione, scegliere fermagli che non strappino sono accorgimenti semplici.
Sul trattamento dei capelli: calore eccessivo, decolorazioni aggressive, trattamenti chimici ripetuti indeboliscono il fusto. Non causano l’alopecia androgenetica, ma peggiorano la qualità del capello esistente. Senza demonizzare: alternare, dare tregua, scegliere prodotti di qualità.
Sul riconoscimento precoce: una caduta che dura da più di un mese e mezzo, una chiazza comparsa all’improvviso, prurito o bruciore del cuoio capelluto, comparsa di cicatrici o di aree in cui il “piccolo orifizio” del pelo è scomparso, sono tutti motivi per una visita. Nelle forme cicatriziali, il tempo è una variabile reale.
Sullo stress e sul sonno: uno stress fisico importante (intervento, parto, malattia severa) può effettivamente innescare un telogen effluvio acuto a distanza di due-quattro mesi. Sul ruolo dello stress emotivo “cronico” l’evidenza è più sfumata, ma curare il sonno e il carico emotivo aiuta in ogni caso.
Sulle forme cicatriziali: ripeto un punto perché conta. Le aree già cicatrizzate non possono ricrescere. Una diagnosi tempestiva è la protezione migliore per i follicoli ancora vivi.
Cosa succede se ti rivolgi al mio studio
Quando una persona arriva con una caduta di capelli, il primo obiettivo è capire cosa sta succedendo. Il percorso è questo.
Prima visita strutturata, in cui prendiamo tempo per l’anamnesi e per l’esame del cuoio capelluto, completata da tricoscopia e, quando serve, da fotografia standardizzata per documentare il punto di partenza. Insieme decidiamo se servono esami del sangue mirati o, in casi selezionati, una biopsia.
Una volta in mano la diagnosi, spiego con chiarezza cosa significa, cosa aspettarsi, quali sono i fattori prognostici favorevoli e quelli sfavorevoli. Non prometto guarigioni: prometto un percorso onesto e una valutazione realistica del caso.
Il follow-up è la parte che fa la differenza. Le alopecie si misurano nel tempo, e senza un controllo programmato a sei e dodici mesi, con foto comparative, è difficile capire se quello che stiamo facendo sta funzionando.
FAQ – Le domande che ricevo più spesso
La caduta che vedo nello shampoo è normale?
Una certa caduta quotidiana è fisiologica: in media perdiamo poche decine di capelli al giorno, fino a un centinaio. Una caduta superiore ai cento capelli al giorno è considerata anomala e merita una valutazione, soprattutto se persiste per settimane.
Lo stress fa cadere davvero i capelli?
La percezione comune è che lo stress sia una causa importante di caduta. La verità è più sfumata: uno stress fisico forte (intervento, parto, malattia severa) può effettivamente innescare un telogen effluvio acuto a distanza di due-quattro mesi. Il contributo dello stress emotivo cronico è meno chiaramente documentato.
L’alopecia areata si guarisce da sola?
Spesso sì: fino al 50% dei pazienti recupera spontaneamente entro un anno. Quando non avviene, o quando le forme sono estese, esiste un percorso dermatologico dedicato che va costruito caso per caso.
Le alopecie cicatriziali si possono recuperare?
Le aree già cicatrizzate non possono ricrescere, perché il follicolo è distrutto. Per questo la diagnosi precoce è decisiva: l’obiettivo è fermare l’infiammazione e proteggere i follicoli ancora vivi.
Devo cambiare alimentazione?
Una dieta drastica può effettivamente provocare un telogen effluvio: restrizioni caloriche estreme e perdite di peso importanti possono aumentare la caduta. Diete equilibrate, con un apporto adeguato di ferro e zinco, sono utili; al contrario, integratori “miracolosi” senza una carenza documentata non hanno senso.
Quando devo davvero andare dal dermatologo?
Quando la caduta è abbondante, persistente da più di un mese, accompagnata da chiazze, prurito, bruciore, infiammazione del cuoio capelluto, o quando vedi cicatrici o aree con perdita degli “osti” follicolari. Anche un diradamento progressivo, soprattutto se familiarità positiva, vale una valutazione precoce.
Quando vale la pena prenotare una visita
Se riconosci nella tua esperienza qualcuno dei segnali che ho descritto, vale la pena parlarne con un dermatologo prima che la caduta diventi un’urgenza estetica o lasci esiti permanenti. La diagnosi corretta cambia il percorso, e nelle alopecie il tempo è una variabile reale.
Prenota una visita tricologica nello studio della Prof.ssa Malara per una valutazione completa con tricoscopia, fotografia standardizzata e, quando serve, esami mirati.
Una visita dermatologica dedicata a questa condizione
Costruire un piano terapeutico richiede tempo, anamnesi accurata e strumentazione adeguata. Prenota una valutazione clinica.
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