La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica della pelle che colpisce circa il 2-3% della popolazione mondiale, e in Italia interessa un numero analogo di persone. Ho coordinato per molti anni il Gruppo di Studio ADOI sulla Psoriasi e in studio ne ho seguite davvero tante, di tutti i gradi. Una cosa la dico subito: la psoriasi non riguarda solo la pelle, riguarda tutto l’organismo è una malattia sistemica.

Cos’è davvero la psoriasi
La psoriasi è una malattia cronica della pelle, ad andamento recidivante. Si manifesta con placche rosse, ben delimitate, ricoperte da squame bianco-argentee. Sotto al microscopio si osserva un ispessimento dello strato superficiale della pelle e la presenza di cellule infiammatorie del sistema immunitario.
Non è una pelle “secca” come tante altre, e non è un eczema più ostinato. È una malattia immunomediata: il sistema immunitario, cioè il nostro sistema di difesa, produce in modo cronico delle molecole infiammatorie (le citochine) che spingono le cellule della pelle a moltiplicarsi a una velocità anomala. È come avere un interruttore dell’infiammazione che resta acceso quando non dovrebbe.
La psoriasi colpisce uomini e donne in egual misura. Può comparire a qualsiasi età, ma il picco di insorgenza è bimodale: tra i 15 e i 20 anni nelle forme giovanili, e tra i 55 e i 60 anni nelle forme tardive.
Come capire se ce l’ho io
Le placche psoriasiche tipiche sono arrossate, sopraelevate rispetto alla pelle sana, ben demarcate, simmetriche e ricoperte da squame bianco-argentee. Le sedi classiche sono i gomiti, le ginocchia, la zona lombare e i glutei, il cuoio capelluto, le piante dei piedi. Le lesioni piccole e isolate possono non dare fastidio; quando la malattia si estende compaiono prurito, dolore, talvolta un piccolo sanguinamento quando si gratta o si rimuove una squama.
Ci sono due segni clinici che vale la pena conoscere anche da pazienti. Il fenomeno di Koebner: nuove placche compaiono dove la pelle è stata traumatizzata di recente, un graffio, una cicatrice, una scottatura. È un segno tipico, anche se non esclusivo della psoriasi, ed è uno dei motivi per cui in fase attiva consiglio di evitare grattamenti aggressivi e depilazioni traumatiche, e di stare attenti ai piccoli incidenti quotidiani.
Il secondo è il segno di Auspitz: rimuovendo le squame compaiono piccole gocce di sangue puntiformi. Sono i capillari della pelle, dilatati e congesti, che si scoprono. Lo cito perché è un dettaglio che spesso il paziente nota e che lo spaventa.
La psoriasi ha molte facce. La forma a placche è la più comune (80-90% dei casi). Esistono poi la psoriasi guttata, con piccole lesioni a goccia spesso scatenata da un’infezione streptococcica, frequente nei giovani; la psoriasi inversa, che colpisce le pieghe cutanee (ascelle, inguine, sotto al seno); la psoriasi pustolosa (circa il 5% dei casi), con pustole sterili; la psoriasi eritrodermica, una forma grave che può coprire fino al 100% della superficie corporea ed è un’emergenza medica.
Un capitolo a parte merita la psoriasi delle unghie, presente in una percentuale molto alta dei pazienti. Le alterazioni più frequenti sono il pitting (piccole depressioni puntiformi a “ditale” sull’unghia), il distacco della lamina dal letto ungueale, l’ispessimento, le macchie a goccia d’olio. Le unghie sono spesso il primo campanello d’allarme di una possibile evoluzione verso l’artrite psoriasica.

Perché mi è venuta: cause, fattori di rischio, trigger
La psoriasi è poligenica e multifattoriale. Detta semplice: non c’è una sola causa, e non è “colpa” di un episodio specifico della vita. Nasce dall’incontro tra una predisposizione genetica e fattori ambientali che la accendono e la mantengono accesa.
Sul fronte genetico, sono stati identificati diversi geni di suscettibilità. I pazienti con familiarità per psoriasi hanno spesso esordio più precoce e forme più severe. Avere un familiare con la malattia non è una condanna, ma un dato da tenere presente.
Sul fronte immunologico, le difese del corpo lavorano in modo disregolato. Per dare un’immagine: è come se l’allarme antincendio della pelle suonasse a vuoto, e mandasse cellule infiammatorie quando non serve. Questa infiammazione cronica è il motore della malattia.
Tra i fattori scatenanti ricorrenti, nella mia esperienza, ci sono le infezioni (in particolare da streptococco, classico trigger della psoriasi guttata), i traumi cutanei attraverso il fenomeno di Koebner, lo stress psicologico, alcol e fumo, l’obesità, e alcuni farmaci. Lo stress non è la causa della malattia, ma è il trigger di riacutizzazione che la maggior parte dei pazienti riconosce.
Capita spesso di vedere persone convinte che la psoriasi sia “colpa loro”. Non lo è. La causa è la combinazione tra una predisposizione che ci si porta nel DNA e un’infiammazione cronica del sistema immunitario.
È contagiosa? Si trasmette ai figli? Le domande che ricevo ogni giorno
La psoriasi non è contagiosa. Non si trasmette per contatto, non si attacca al partner, non si prende stringendo la mano. Lo dico subito ai pazienti, perché lo stigma sociale è uno dei pesi più grandi della malattia.
Sulla familiarità: esiste una predisposizione genetica documentata, e avere un genitore con psoriasi aumenta il rischio nei figli. Detto questo, la maggior parte dei figli di pazienti psoriasici non svilupperà mai la malattia.
Lo stress può scatenare riacutizzazioni. Imparare a riconoscere i propri periodi più vulnerabili, e in quei periodi alzare l’attenzione, è parte concreta del percorso di cura.
Sul sole, l’esposizione moderata aiuta la maggior parte dei pazienti, sempre nel rispetto delle regole base di fotoprotezione.
Cosa mi succederà nel tempo
La psoriasi è una malattia cronica. È un dato che bisogna accettare, ma non va confuso con “incurabile” o “inevitabilmente in peggioramento”. Il decorso è caratterizzato da fasi di riacutizzazione e fasi di remissione, anche di anni. In alcuni pazienti le placche restano sempre presenti, in altri scompaiono completamente per lunghi periodi.
Per misurare la gravità della malattia, in studio uso tre parametri di riferimento internazionale. La BSA (Body Surface Area) è la percentuale di superficie corporea colpita: lieve sotto il 3%, moderata tra il 3 e il 10%, grave oltre il 10%. Il PASI (Psoriasis Area and Severity Index) è il punteggio che combina estensione e intensità delle lesioni (rossore, spessore, desquamazione) nelle quattro regioni del corpo. Il DLQI (Dermatology Life Quality Index) è il questionario sulla qualità di vita: misura quanto la malattia interferisce con il lavoro, la vita sociale, l’intimità, il sonno. Lo cito perché una psoriasi del 2% sui genitali o sulle mani può pesare molto più di un 15% sui glutei.
È importante distinguere “remissione” da “guarigione”. Si può ottenere una pelle clinicamente pulita per periodi anche molto lunghi, ma la predisposizione di fondo resta. Quando spiego questo ai pazienti uso un’immagine: la psoriasi è una malattia che si tiene “spenta” o “accesa”. Non si toglie dal libretto sanitario, ma si controlla così bene da non condizionare più la vita di tutti i giorni.
Cosa c’è in gioco oltre alla pelle: le comorbilità
La psoriasi è una malattia sistemica con manifestazioni cutanee. Oltre alla pelle, cioè, può coinvolgere altri apparati. È un aspetto ancora sottovalutato anche da molti pazienti.
Le comorbilità metaboliche e cardiovascolari sono le più rilevanti. Diabete di tipo 2, ipertensione, obesità e malattia cardiovascolare sono associati in modo statisticamente significativo alla psoriasi moderata-grave. Il meccanismo è condiviso: la stessa infiammazione che mantiene attiva la placca sulla pelle può accelerare la formazione di placche aterosclerotiche sulle pareti delle arterie. Per questo, in dermatologia, si è parlato di “due placche, una sindrome”.
L’artrite psoriasica colpisce almeno il 30% dei pazienti con psoriasi. Nella maggior parte dei casi la psoriasi cutanea precede quella articolare, con un periodo di latenza di 7-12 anni. I segnali da non ignorare sono il dolore e il gonfiore articolare persistenti per più di sei settimane, la rigidità mattutina superiore a trenta minuti, il “dito a salsicciotto” (un dito che si gonfia in modo uniforme dalla base alla punta), e la presenza di psoriasi in aree sentinella: cuoio capelluto, regione interglutea, unghie.
Sul versante psicologico, depressione e ansia sono significativamente più frequenti che nella popolazione generale. La psoriasi pesa sulla vita affettiva, lavorativa e sociale; non riconoscere questo carico significa curare a metà la malattia.
Esistono anche legami documentati con le malattie infiammatorie intestinali (malattia di Crohn, colite ulcerosa) e con alcune manifestazioni oculari come l’uveite.
Cosa puoi fare nella vita quotidiana
Una psoriasi moderata o grave va gestita con il dermatologo, perché alcune scelte non sono delegabili. Esistono però abitudini quotidiane che incidono sul quadro e che riduce le riacutizzazioni. Sono i punti su cui torno sempre in visita.
Il legame fra psoriasi, sovrappeso e sindrome metabolica è uno dei meglio documentati. Perdere peso quando se ne ha in eccesso ha effetti misurabili sulla malattia, e abbassa il rischio delle comorbilità cardiovascolari e metaboliche di cui ho parlato sopra. Non serve una “dieta della psoriasi”: serve un’alimentazione equilibrata, sostenibile, da costruire eventualmente con un nutrizionista.
Alcol e fumo sono fattori di rischio confermati. Il fumo, in particolare, si associa a una psoriasi più severa e meno responsiva alle cure. La cessazione fa una delle differenze maggiori sulla malattia.
Ogni paziente, con il tempo, impara a riconoscere i propri trigger: stress, infezioni respiratorie, traumi, certi periodi dell’anno. Tenere un piccolo diario delle riacutizzazioni, con accanto cosa è successo nelle settimane precedenti, aiuta a costruire una mappa personale che torna utile sia al paziente sia al dermatologo.
La cura quotidiana della pelle è la base. Idratazione regolare con emollienti delicati, detergenti senza profumi aggressivi, docce non troppo calde, asciugatura tamponando senza strofinare. Sono accortezze piccole, ma riducono l’irritazione e il rischio di nuove lesioni.
Per il fenomeno di Koebner che ho descritto sopra, ogni piccolo trauma può diventare una nuova placca. Vestiti morbidi, attenzione a etichette e cuciture che sfregano, calzature comode, prudenza nel grattarsi: in fase attiva sono dettagli che contano.
Sul sole: per la maggior parte dei pazienti, in dosi ragionevoli, aiuta. Non è un caso che la luce ultravioletta sia una terapia di riferimento. Valgono le regole standard: evitare le ore centrali, prevenire le scottature, SPF adeguato sulle aree non interessate.
Lo sport è raccomandato. Riduce lo stress, aiuta a gestire il peso, e agisce favorevolmente sulle comorbilità metaboliche e cardiovascolari. Nelle forme localizzate a gomiti o ginocchia conviene scegliere attività che non sollecitino troppo quelle sedi; nelle forme alle unghie, prudenza con sport che traumatizzano le dita.
Il sonno e lo stress meritano un’attenzione vera. Il prurito spesso compromette il sonno, e la mancanza di sonno amplifica la percezione del prurito. Quando serve, è giusto affiancare al dermatologo un percorso psicologico dedicato.
Cosa succede se ti rivolgi al mio studio
Il primo incontro è dedicato all’inquadramento. Ascolto la storia del paziente, mappo le placche, e calcolo i tre indici di riferimento (BSA, PASI, DLQI) per misurare in modo oggettivo estensione, gravità e impatto sulla qualità di vita. Controllo sempre le unghie, che come ho detto sono un predittore di artrite psoriasica.
Faccio domande sulle comorbilità: pressione, profilo metabolico, eventuali segnali articolari, vissuto psicologico. Non sono domande di cortesia: la psoriasi è una malattia sistemica, e va guardata come tale.
Quando serve, programmo gli esami di approfondimento. Possono essere un’ecografia articolare se sospetto un coinvolgimento delle articolazioni, uno screening cardiovascolare e metabolico, una biopsia cutanea nei casi in cui la diagnosi clinica non sia netta.
Il follow-up è la parte che fa davvero la differenza. Nella mia esperienza come direttrice di un’unità ospedaliera ho visto quanto pesi un percorso strutturato: visite regolari, monitoraggio del decorso, fotografie cliniche seriate per documentare l’evoluzione nel tempo. La psoriasi va gestita nel tempo, non “spenta e dimenticata”.
FAQ – Le domande che ricevo più spesso
La psoriasi è contagiosa?
No, in nessun modo. Non si trasmette per contatto, non si “prende” da un’altra persona. Vivere accanto a un paziente con psoriasi, condividere asciugamani o letto è del tutto sicuro. Lo ripeto perché è una preoccupazione che sento ancora oggi.
Posso prendere il sole se ho la psoriasi?
Sì, l’esposizione moderata aiuta la maggior parte dei pazienti. Restano valide le regole standard di fotoprotezione, soprattutto sulle aree non interessate dalle placche e in chi ha familiarità per tumori cutanei.
Devo cambiare dieta?
Non esiste una dieta “specifica” per la psoriasi. Quello che migliora il quadro in modo dimostrato è perdere peso quando se ne ha in eccesso, limitare alcol e fumo, e curare la qualità complessiva dell’alimentazione. Sono cambiamenti che agiscono anche sulle comorbilità metaboliche.
Mio figlio rischia di averla?
Esiste una predisposizione genetica documentata. Se un genitore ha la psoriasi, il rischio nei figli è più alto della media; ma la maggior parte dei figli di pazienti psoriasici non sviluppa la malattia.
Quando devo preoccuparmi per le mie articolazioni?
Se hai la psoriasi e noti dolore o gonfiore articolare persistente per più di sei settimane, rigidità al risveglio superiore ai trenta minuti, oppure un dito gonfio “a salsicciotto”, parlane subito con il tuo dermatologo. La diagnosi precoce dell’artrite psoriasica cambia il decorso.
Posso fare attività sportiva?
Sì, lo sport è raccomandato. Aiuta a gestire peso e stress, e agisce sulle comorbilità metaboliche e cardiovascolari. Nelle forme localizzate ai gomiti o alle ginocchia conviene scegliere attività che non sollecitino troppo quelle sedi, per evitare il fenomeno di Koebner.
Lo stress causa la psoriasi?
No. La psoriasi ha basi genetiche e immunologiche; lo stress può scatenare riacutizzazioni in chi ha già la predisposizione, e questo è ampiamente riconosciuto. Lavorare sullo stress fa parte del percorso.
Quando vale la pena parlarne con un dermatologo
Se nei sintomi che ho descritto riconosci qualcosa di familiare, o se la psoriasi che ti è già stata diagnosticata non ti soddisfa per come viene gestita, vale la pena fissare una visita con un dermatologo dedicato. La psoriasi va inquadrata come malattia sistemica, e va valutata con strumenti clinici precisi prima di costruire qualsiasi percorso.
Se riconosci in te i segnali descritti in questa pagina, prenota una visita dermatologica nello studio della Prof.ssa Malara per un inquadramento accurato della tua psoriasi.
Una visita dermatologica dedicata a questa condizione
Costruire un piano terapeutico richiede tempo, anamnesi accurata e strumentazione adeguata. Prenota una valutazione clinica.
Prenota una visita